To-morrow {microfratture #ao-p}




Se cito “…l’avvenire è un buco nero in fondo al tram.” (*) sono un pessimista.
La corda, però è tesa: c’è chi si barcamena per non cadere, chi la guarda da sotto e non sale, chi si siede a godersi lo spettacolo, chi la vorrebbe tagliare, chi la usa per andarsene in un altrove che non esiste.

Ogni momento in cui si guarda avanti è sintomo di rinnovato desiderio, un passo oltre il ristagno, uno sguardo che coglie dettagli cui siamo impreparati, il disconoscimento dell’apatia, della noia, della frustrazione.

Ogni momento in cui non si ascoltiamo, prima di stare a sentire gli altri (la soluzione, come mai?, qualcuno ce l’ha in tasca, fatta e finita), è consapevolezza ed anche dei limiti.

Domani è domani. Il colore, poi, lo scegliamo sorridendo.


(*): “Io e te” di Enzo Jannacci, da “Foto ricordo”, 1979 (ed. Ultima spiaggia).
Bridget Riley, “Nataraja”, 1993, Tate Gallery.

(Fonte: Transit3.blogspot.com)

1 settimana fa / 0 notes
Serietà, ma anche no




Io, in fondo, del Mondo non so nulla. Non sono stato a Parigi, nè a Londra o Berlino. Nemmeno a Napoli (ed è grave sul serio). Quindi, sono un Blogger statico. La peggior specie che ci sia, perchè vedo le cose che accadono attraverso la rete ed è poco.

Poco perchè di tanti accadimenti, cose serie, cose drammatiche, bisognerebbe parlare a voce con quelli che ‘sto pianeta l’hanno girato, lo conoscono, si sono confrontati con altre culture, altre visioni.

Ma poi noto che le cose importanti vengono dimenticate in fretta, nel reale: è più facile agganciare argomenti fondamentali per il “modus vivendi”, robina leggera, da beccaccini. E non si può mica discutere delle tristezze del globo: a che serve? Possiamo farci qualcosa? Magari pensare, essere consapevoli? Sia mai.

Coraggio, teniamo duro. All’inizio del campionato di calcio non manca moltissimo.
Alleluja.

David Hockney, “A Bigger Splash”, 1967, Tate Gallery.

(Fonte: Transit3.blogspot.com)

1 settimana fa / 0 notes
Fare e dire





Il web, mi sa, è ciclico. Tutto torna, a intervalli assolutamente irregolari. Quindi atti a non farsi ricordare: meglio, per fare in modo che si finga d’aver rimosso, quando, in realtà, dal nostro cervello (per chi ne è dotato) non si rimuove proprio nulla. Le interazioni compulsive prendono il volo soprattutto nel caso in cui ci sia di mezzo una guerra, un genocidio. Insomma roba grossa.

Perseverare nel distruggerci è prerogativa umana e questo atto si trasfigura, ora, per via telematica. L’accesso ai contenuti dei  nostri amici, ai giornali, a tutte le informazioni vere o false possibili, ci fa schierare e dare opinioni. Ma resta il fatto che, nel concreto, non ci alziamo dalla sedia. Meglio: magari lo facciamo, ma non essendo parti della “Marvel”, ci spingiamo fino al centro città, massimo massimo a qualche chilometro da casa.

Tutto questo è anche comprensibile: non si possono cambiare le cose da soli, che so?, in Ucraina. Di certo potremmo iniziare a capire che Internet ci rivela in maniera istantanea quello che è il mondo attuale. Una presa d’atto di coscienza è già molto: meglio sarebbe concedere anche della serietà e delle azioni concrete. Lì è la vera differenza, lì è l’oltre della digitazione/condivisone/pubblicazione ormai abitudine quotidiana.

Ci si morde la coda di continuo.
Primo.



Jenny Holze, “Truism”, 1984, Tate Gallery.


(Fonte: Transit3.blogspot.com)

2 settimane fa / 2 notes
Urgenze personali

Alcune cose urtano. Assai. Come dice “Malvino" nel suo post, stiamo assistendo all’ennesimo bel spettacolo italiota. Mi ricorda qualcun altro, per dire: uno che è talmente "super partes" da fregarsene della legge, tanto è pieno di amichetti.

Ma un altro piccolo, minuscolo fatto mi dà noia. La continua ripetizione, da parte di più esponenti del Governo o della sua finta opposizione, che questa riforma del Senato è “…chiesta dai cittadini.”
Ora, non essendo titolare di un istituto di sondaggi, non posso parlare per tutti (a campione, s’intende). Però così, a pelle, mi pare che gli Italiani chiedano altro.
Che so, il lavoro? La lotta vera contro la corruzione, magari? Un futuro decente per i propri figli? Insomma cosette del genere.

Dare priorità viene sempre male, ad un certo livello: si è troppo impegnati a distrarre per potere essere credibili in affermazioni che paiono politicamente importanti, ma che mascherano solo e sempre urgenze atte a deviare l’attenzione verso riconoscimenti personali o di casta (sì, vabbe’, che parola abusata: prometto di aprire il Dizionario dei sinonimi, che quello dei contrari è vuoto).

Perciò, parlate per voi, come avete sempre fatto.

Andreas Gursky, “Parliament”, 1998, Tate Gallery.

(Fonte: Transit3.blogspot.com)

2 settimane fa / 1 notes
C’era il pensiero

Non scrivendo per mestiere, mi è difficile, spesso, trovare la volontà per esprimermi in questo ed altri spazi sul web. Non che se si faccia quotidianamente sia sintomo di qualità: aprite un quotidiano qualsiasi e ne avrete più di un esempio. Certamente la consuetudine aiuta, però. La scrittura è anche esercizio, pazienza, interesse, ricerca.

Ora, tutte queste cose le vedo come parte di quel percorso di crescita personale che tanto amo citare nei miei post (la ripetitività è un’altro limite di coloro che non sono usi all’espressione scritta regolare) e che sottende ad una più ampia consapevolezza dei propri limiti e anche delle proprie capacità. Allora, non mi spiego perchè sempre più, vista la facilità con cui ormai possiamo attingere a fonti ed opinioni, si parli per frasi fatte (da altri).

La citazione è una semplificazione utile a chiarire concetti che spesso facciamo nostri, ma che non riusciamo (non vogliamo?) esprimere con espressioni personali. Il che, mi rendo conto, è piuttosto arduo, se non impossibile, quando una frase od una nozione sono così chiari da essere citati migliaia di volte, spesso giornalmente, spesso a sproposito, spesso per comodità.

Avendo anch’io operato in tal senso, potreste eccepire che il pulpito è sbagliato. Può essere. Di certo mi sforzo, anche nelle cose minime e di poco spessore, di fare con quello che ho, camminando con il mio bagaglio autocostruito e certamente carente. In quelle valigie mentali ci entrano anche le parole altrui, mica può essere diversamente. Ecco, quello che è per me realmente una sfida è affrancarmi con decisione dalla tentazione di abusare degli altri e di ciò che esprimono.

Non è detto che ci riesca, tutt’altro. Mi dò delle chances.
Almeno se sbaglio sarà per qualcosa che ho scritto io.
Così come questo post è una riflessione e non un’offesa a nessuno.
La libertà d’espressione è insindacabile, in qualsiasi forma avvenga.

Sir Eduardo Paolozzi, Wonder Toy: Robert the Robot”, 1971, Tate Collection.

(Fonte: Transit3.blogspot.com)

2 settimane fa / 0 notes
Andate in pace

La notizia che i signori ‘ndraghetisti del carcere di Larino disertano le funzioni religiose perchè un Papa li ha scomunicati ha un che di ridicolo in sé. Intendiamoci: Francesco è stato pure troppo buono, non è questo il problema. Semmai è una cosa al limite dell’assurdo che ci si sconvolga ancora dell’aperta ipocrisia di queste masse delinquenziali. Quanti film, quanti articoli, quanti libri hanno sempre riportato fedelmente l’attaccamento morboso e retrogrado delle famiglie criminali alla Religione Cattolica. Se una statua s’inchina davanti alla casa del “boss”, c’è qualcosa di strano?

Piuttosto è sempre tardiva la distanza che si vuole frapporre tra la religiosità ed il suo contrario, tra la fede e la morte indotta, comprata, ordinata. Se, come si sono affrettati a dire molti esponenti anche della Giustizia, il credere in Dio è un fatto personale, altrettanto dovrebbero fare nel sottolineare come questo “modus vivendi” offenda l’idea stessa del Cattolicesimo, che, almeno a parole, insegna a condurre una vita giusta e buona. Roba semplice, oserei dire da oratorio. Lapalissiano.

Eppure non è proprio così, perchè il cancro della connivenza tra queste professioni è ormai talmente vasto che è propriamente inutile cercare di curarlo. Certo, una frase del Papa dovrebbe mettere a tacere qualsiasi eccezione, ma come si fa a cambiare gentaglia che nella sua “vita” ha sempre rispettato codici in cui la vita degli altri vale, spesso, poco o nulla? La ‘ndragheta, la mafia, tutte queste derivazioni patologicamente inserite nei tessuti connettivi dello Stato, infilate nel sangue dei una Nazione, se ne fregano. Vanno sui giornali, in televisione per qualche giorno e dopo tornano a fare quello che gli riesce meglio: delinquere, a tutti i livelli.

Nessuna assoluzione può sembrare una bella frase, forte, completa, definitiva: in realtà sarà l’ennesimo tassello di un puzzle ormai finito da tempo, in cui non c’è un’autorità, né in cielo né in terra, che tenga.
La vera religione è la loro, quella dei criminali.
A prova di bomba, verrebbe da dire.

Max Ernst, “Pietà or Revolution by Night”, 1923, Tate Modern Gallery.

(Fonte: Transit3.blogspot.com)

3 settimane fa / 2 notes
Университет, который нужно выпить (Università da bere)

Piove. Improponibile usare l’auto: il che può essere anche una fortuna. Autobus.
Sale una ragazza e in dieci secondi netti inizia ad urlare (normale) nel cellulare. 
Diciamo che, visto il traffico di quelli che non si possono bagnare neanche le suole delle scarpe, il bus ci metta otto minuti, anziché cinque per arrivare alla mia fermata. 
In questi otto minuti, la ragazza, Universitaria (lo sanno tutti, ormai, anche quelli sul marciapiede, tale è il volume della conversazione), fa tre telefonate: una a Maria (mi pare), una a Sabrina e l’altra a Sonia.
Alla fine di ogni chiamata la conclusione è:
"Allora ci vediamo alle "X", così beviamo una cosa e poi andiamo in facoltà."
D’accordo che l’Università Italiana è messa male, ma non immaginavo che bisognasse per forza essere ubriachi per sopportarla.



Anselm Kiefer, “Book With Wi
ngs”, 1992-94, Modern Art Museum of Forth Worth.

(Fonte: Transit3.blogspot.com)

3 settimane fa / 0 notes
Noi, gli altri, io.



Ripropongo questo scritto di Hans Magnus Enzensberger. Lo ritengo, ancora oggi, e con rammarico, molto efficace, vero, non retorico. Uso queste sue parole, molto migliori delle mie, per esprimere un senso di confusione che si è acuito, se possibile, ancora. I nostri ricordi si allontanano, ed ogni giorno sanguinano di nuovo. Non esistono anniversari, ma giorni da non dimenticare.
(E’ un discorso sulla collettività, nessun intento personale).

“Noi siamo gli uni e gli altri sono gli altri. Lo dico per mettere subito le cose in chiaro! Gli altri sono sempre lì e ci danno sempre sui nervi. Mai che ti lascino in pace! E fossero almeno diversi! Macchè: pretendono di essere migliori di noi. Gli altri sono arroganti, supponenti e intolleranti nei nostri confronti. E’ difficile dire cosa pensino davvero. Talvolta abbiamo l’impressione che siano dei matti. Una cosa è certa: vogliono qualcosa da noi, non ci lasciano mai in pace. Ci scrutano con fare provocatorio come se fossimo scappati da uno zoo o fossimo degli extraterrestri. Il minimo che si possa dire è che noi li percepiamo come una minaccia. Se non sapremo difenderci, ci porteranno via tutto quello che abbiamo. Il loro vero desiderio sarebbe quello di eliminarci.

D’altro canto, un mondo senza gli altri ci appare ormai inconcepibile. Alcuni, addirittura, ritengono che noi abbiamo bisogno di loro. Tutta la nostra energia, noi la investiamo per gli altri, pensiamo a loro tutto il giorno e persino di notte. Anche se non li sopportiamo, dipendiamo da loro. Certo che saremmo contenti se scomparissero dal nostro orizzonte, andandosene via da qualche parte. Ma poi, che cosa faremmo? Ci sono due possibilità: o ci ritroveremmo altra gente che ci dà fastidio e allora tutto ricomincerebbe da principio -dovremmo studiare questi nuovi altri e difenderci da loro- oppure -peggio ancora- cominceremmo a litigare tra di noi e allora alcuni di noi diventerebbero gli altri e la nostra identità collettiva finirebbe per non esistere più.

Talvolta mi chiedo se noi siamo davvero gli uni. Perchè è ovvio che siamo al contempo gli altri degli altri. Anche loro hanno bisogno di qualcuno su cui esercitare la propria insofferenza e quelli siamo certamente noi. Non siamo solo noi che dipendiamo da loro: anche loro dipendono in eguale misura da noi e pure loro si rallegrerebbero se noi scomparissimo dal loro orizzonte, andandocene via da qualche parte. Ma poi, probabilmente, finirebbero per rimpiangerci. Non appena ce ne fossimo andati, scatenerebbero delle sanguinose lotte intestine, proprio come faremmo noi se andassero via gli altri.

Non sono cose che si possono dire ad alta voce qui da noi: è solo un mio pensiero segreto che è meglio che tenga per me. Altrimenti, infatti, tutti direbbero: adesso sappiamo come sta la faccenda, caro mio! In fondo tu non sei uno di noi, non lo sei mai stato, ci hai ingannato! Tu sei uno degli altri! E allora, non avrei più nessun motivo per ridere. Mi tirerebbero il collo, questo è certo. E’ meglio che non ci pensi troppo: non fa bene alla salute.

Forse quelli della mia parte hanno persino ragione. Talvolta non so neppure io se sono uno degli uni o uno degli altri. E’ questo il grave. Più ci penso e più mi è difficile distinguere tra gli uni e gli altri. A guardar bene, ciascuno degli uni assomiglia terribilmente agli altri, e viceversa. Talvolta non so più neppure io se sono uno degli uni, oppure un altro.

Vorrei essere me stesso, ma questo, ovviamente, è impossibile.”

(Traduzione di Paola Quadrelli)
Tim Head, “Industrial Hole 2”, 1997, Tate Modern, London.

(Fonte: Transit3.blogspot.com)

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4 settimane fa / 7119 notes
Esuberanza (remix)

La rassegnazione è un male. Provate a guardarla da ogni lato, e resta sempre un danno. Anche quando non c’è nient’altro da “sentire”, quando non vi è più alcunchè a cui aggrapparsi. Porta, alla visione distorta di affetti, di situazioni, persino dei visi cari. Se possibile, vi è un ambito in cui è ancora più insopportabile: quando si deve lottare, quasi letteralmente per la sopravvivenza.
Questo è un problema lavorativo. 
Questo è un problema comune, in questa paesucolo, per milioni di persone.
Eppure lasciare il campo senza lottare mi pare un’eresia. Se comprendo lo scoramento, se accetto giustificazioni e motivazioni, se cerco sempre un “perchè”, non significa che la pensi così. 
Il lavoro, oltre ad essere un diritto, non è un favore che viene fatto: non si può pensare, in nome di ciò che è stato dato, che si sia sempre in debito. La riconoscenza viene ampiamente risarcita dalla professionalità, dalla serietà, dall’impegno. 
Ovvietà.
Ed invece per molti il significato del termine “dignità” è oscuro: forse non viene abbastanza citato nei reality o nelle varie vite in diretta.
Non essere un numero, non essere merce, non essere un “qualcosa che sta lì e non fa male” è decisivo, è fondamentale. 
Le battaglie perse in partenza non fanno per me. 
Troppo idealista? 
Probabile. 
Meglio idealista che pirla, comunque.

“Stanco di vedere le parole che muoiono 
stanco di vedere che le cose non cambiano 
stanco di dover restare all’erta ancora 
respirare l’aria come lama alla gola.” 

Photo by Lasse Hoile

(Fonte: Transit3.blogspot.com)

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