Dear Mr. Woffell #2

 

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Transit ha compiuto 5 anni oggi!E buttali via… 1 settimana fa / 0 notes
Dear Mr. Woffell

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1 settimana fa / 0 notes
Video Kills


Non ho guardato il filmato della morte di James Foley. Non lo farò. Se c’è libertà d’informazione, di opinione, io applico il diritto di non dare al delirio un’opportunità in più. Di gran unga preferisco leggere ed informarmi.

La crudeltà attira e la rete sta portando al parossismo questa assai diffusa necessità di vedere ogni cosa. Figli anche di una televisione malata di scandalismo ad ogni costo, di vacuità, di volgarità (e non parlo di tette e culi), di “reality show” che sono solo idiozie per aficionados della nullità, ormai è un declino piuttosto preoccupante quello del guardare uguale a capire.

E ritorna, bello pesante, il discorso sulla semplificazione: qualsiasi situazione, per quanto intricata, storicamente confusa, politicamente irta, viene livellata per una malcelata e zoppicante idea di “comprensione” globale. Come se questo Mondo fosse roba facile.

Per contro è inutile complicare quello che nella realtà è lineare. Si dovrebbe, lo dico, avere anche un po’ di fortuna e cercare coloro che ci possono aiutare nella comprensione, eliminando quelle voci che ci distraggono per forza e con decisione. (Ed i social network rendono tutto più complicato, paradossalmente).

La rete è globale, ma il discernimento è singolo.

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4 settimane fa / 3 notes
Microfratture aq {Before and Afterlife}




"Ci sono tre modi per diventare saggi. Riflettendo, che è il modo più nobile. Imitando, che è il più semplice. Facendo esperienza, che è il più amaro".

I tuoi occhi sono chiusi, i miei guardano in alto la finestra aperta…
Abbiamo l’un l’altra e abbiamo tempo, nient’altro.
Ma di tempo ne abbiamo tantissimo, come se non esistesse neanche più.



Patrick Caulfield, “Small Window”, 1969, Tate Gallery, London.

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1 mese fa / 0 notes
Disunità

Giuro che non ve la meno con le storie sulla tristezza di un quotidiano che chiude: che non vi annoio con i discorsi sulla libertà di stampa e d’opinione, sul fatto che la pluralità di voci ci rende migliori. Sono cose che si scrivono ogni volta che chiude una testata giornalistica. Ogni volta. Non sto dicendo che siano fregnacce, ma inutile ribadirle.

Se “l’Unità” se ne va (spero solo momentaneamente), la colpa è anche del fatto che io, per esempio, non la compravo sempre e comunque, come posso fare con altri giornali (vedi “il manifesto”, che da anni sta a galla per miracolo). Giriamoci pure attorno, ma ormai è più semplice andare di mouse che spendere 1,50€ per sfogliare la carta. Tutto circola, tutto si rimanda, si passa, si invia, si fa “like”.

Questo è un fatto su cui si riflette da anni e ciò che verrà sarà il mutamento delle nostre abitudini (e finirà l’era del tutto gratis) di lettura, anche dei quotidiani. Non sto dicendo che “l’Unità”, come altri, non l’abbia capito, non è il punto. La questione è che in uno Stato dove quasi nessuno legge nulla, i primi a temere i colpi dei liquidatori sono proprio coloro che hanno tradizione, che vengono da lontano, che si sa da che parte stanno (non come certi colossi che vanno dove va il vento).

Quelli, insomma, che non hanno paura della coerenza, che pagano i propri errori sulla loro busta paga, che non hanno protettori e padrini. Sarà sempre così.

Stavo leggendo su “Twitter” qualcuno affermare che bisogna chiedersi se “l’Unità” non chiuda perchè i suoi giornalisti non piacciono alla gente. Se questo fosse il metro (sic), allora rimarrebbe un unico quotidiano, probabilmente con duecento pagine, di cui metà scritte da gente che all’Università faceva sega tutti i giorni e che sa tutto su Beyoncè, ma nulla del mondo reale.

E comunque, seguendo il “ragionamento”, “Libero” non doveva neanche nascere.

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1 mese fa / 3 notes
To-morrow {microfratture #ao-p}




Se cito “…l’avvenire è un buco nero in fondo al tram.” (*) sono un pessimista.
La corda, però è tesa: c’è chi si barcamena per non cadere, chi la guarda da sotto e non sale, chi si siede a godersi lo spettacolo, chi la vorrebbe tagliare, chi la usa per andarsene in un altrove che non esiste.

Ogni momento in cui si guarda avanti è sintomo di rinnovato desiderio, un passo oltre il ristagno, uno sguardo che coglie dettagli cui siamo impreparati, il disconoscimento dell’apatia, della noia, della frustrazione.

Ogni momento in cui non si ascoltiamo, prima di stare a sentire gli altri (la soluzione, come mai?, qualcuno ce l’ha in tasca, fatta e finita), è consapevolezza ed anche dei limiti.

Domani è domani. Il colore, poi, lo scegliamo sorridendo.


(*): “Io e te” di Enzo Jannacci, da “Foto ricordo”, 1979 (ed. Ultima spiaggia).
Bridget Riley, “Nataraja”, 1993, Tate Gallery.

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2 mesi fa / 0 notes
Serietà, ma anche no




Io, in fondo, del Mondo non so nulla. Non sono stato a Parigi, nè a Londra o Berlino. Nemmeno a Napoli (ed è grave sul serio). Quindi, sono un Blogger statico. La peggior specie che ci sia, perchè vedo le cose che accadono attraverso la rete ed è poco.

Poco perchè di tanti accadimenti, cose serie, cose drammatiche, bisognerebbe parlare a voce con quelli che ‘sto pianeta l’hanno girato, lo conoscono, si sono confrontati con altre culture, altre visioni.

Ma poi noto che le cose importanti vengono dimenticate in fretta, nel reale: è più facile agganciare argomenti fondamentali per il “modus vivendi”, robina leggera, da beccaccini. E non si può mica discutere delle tristezze del globo: a che serve? Possiamo farci qualcosa? Magari pensare, essere consapevoli? Sia mai.

Coraggio, teniamo duro. All’inizio del campionato di calcio non manca moltissimo.
Alleluja.

David Hockney, “A Bigger Splash”, 1967, Tate Gallery.

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2 mesi fa / 0 notes
Fare e dire





Il web, mi sa, è ciclico. Tutto torna, a intervalli assolutamente irregolari. Quindi atti a non farsi ricordare: meglio, per fare in modo che si finga d’aver rimosso, quando, in realtà, dal nostro cervello (per chi ne è dotato) non si rimuove proprio nulla. Le interazioni compulsive prendono il volo soprattutto nel caso in cui ci sia di mezzo una guerra, un genocidio. Insomma roba grossa.

Perseverare nel distruggerci è prerogativa umana e questo atto si trasfigura, ora, per via telematica. L’accesso ai contenuti dei  nostri amici, ai giornali, a tutte le informazioni vere o false possibili, ci fa schierare e dare opinioni. Ma resta il fatto che, nel concreto, non ci alziamo dalla sedia. Meglio: magari lo facciamo, ma non essendo parti della “Marvel”, ci spingiamo fino al centro città, massimo massimo a qualche chilometro da casa.

Tutto questo è anche comprensibile: non si possono cambiare le cose da soli, che so?, in Ucraina. Di certo potremmo iniziare a capire che Internet ci rivela in maniera istantanea quello che è il mondo attuale. Una presa d’atto di coscienza è già molto: meglio sarebbe concedere anche della serietà e delle azioni concrete. Lì è la vera differenza, lì è l’oltre della digitazione/condivisone/pubblicazione ormai abitudine quotidiana.

Ci si morde la coda di continuo.
Primo.



Jenny Holze, “Truism”, 1984, Tate Gallery.


(Fonte: Transit3.blogspot.com)

2 mesi fa / 2 notes
Urgenze personali

Alcune cose urtano. Assai. Come dice “Malvino" nel suo post, stiamo assistendo all’ennesimo bel spettacolo italiota. Mi ricorda qualcun altro, per dire: uno che è talmente "super partes" da fregarsene della legge, tanto è pieno di amichetti.

Ma un altro piccolo, minuscolo fatto mi dà noia. La continua ripetizione, da parte di più esponenti del Governo o della sua finta opposizione, che questa riforma del Senato è “…chiesta dai cittadini.”
Ora, non essendo titolare di un istituto di sondaggi, non posso parlare per tutti (a campione, s’intende). Però così, a pelle, mi pare che gli Italiani chiedano altro.
Che so, il lavoro? La lotta vera contro la corruzione, magari? Un futuro decente per i propri figli? Insomma cosette del genere.

Dare priorità viene sempre male, ad un certo livello: si è troppo impegnati a distrarre per potere essere credibili in affermazioni che paiono politicamente importanti, ma che mascherano solo e sempre urgenze atte a deviare l’attenzione verso riconoscimenti personali o di casta (sì, vabbe’, che parola abusata: prometto di aprire il Dizionario dei sinonimi, che quello dei contrari è vuoto).

Perciò, parlate per voi, come avete sempre fatto.

Andreas Gursky, “Parliament”, 1998, Tate Gallery.

(Fonte: Transit3.blogspot.com)

2 mesi fa / 1 notes
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danielemattioli
Transit
The Power of Barba
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